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Michael Armitage: The Promise of Change a Palazzo Grassi (ma il paradiso è altrove)

A Palazzo Grassi c’è una mostra su Michael Armitage, nato a Nairobi da madre keniota e padre inglese, cresciuto in Africa e, dall’adolescenza, a Londra, dove si è formato alla Royal Academy. Le sue opere raccontano il Kenia contemporaneo.

Vado alla mostra come se avessi una promessa in tasca, ma è una promessa che le prime sale mantengono e tradiscono allo stesso tempo. Le tele sono grandi, i colori caldi e ammalianti; la narrazione spesso crudele.

Nella stanza sul Canal Grande, la più luminosa, tra le due finestre mi fermo davanti a un’opera più piccola delle altre: un movimento circolare e ipnotico di cerchi concentrici solleva una madre e un bambino in una spirale celeste. Potrebbe essere un’Assunzione laica se non fosse per la presenza di una figura lontana nello sfondo, come un santo che ha perso l’equilibrio e viene trascinato via dal vento.

In quella madre dalle gambe svettanti nel blu del cielo c’è qualcosa che riconosco. Forse perché proprio davanti a queste finestre, a Ca’ Rezzonico, ci sono gli angeli di Tiepolo, felice pittore di gambe nude e sgambettanti. O forse perché alzando gli occhi al soffitto dorato, una trionfante Giustizia è adagiata su nuvole vaporose, mosse da una brezza che richiama il vortice di sotto. Torno alla donna col bambino davanti a me. Non ha proprio niente della leggerezza di una Madonna in cielo e, anzi, a ben guardare sembra che faccia fatica a salire. Da questo punto, non voglio più farmi domande. Il colore dominante delle altre tele è l’azzurro: mari schiumosi e selvaggi, corpi che galleggiano sopra. Non posso più fare finta di non capire. Un barcone stipato di persone. Un uomo stende un braccio per tenere sollevato il figlio in un paesaggio ormai sottomarino.

Leggo la didascalia, l’unico modo per andare oltre la pittura. La sala sul Canal Grande è dedicata a Lampedusa, o meglio, a quelli che Lampedusa non sono riusciti a raggiungerla. Non ci sono Madonne in questo tratto di mare.

Non devo farmi ingannare dai colori morbidi di Armitage: il verde che evoca l’Africa lussureggiante; i rossi, i gialli, gli arancioni delle folle, i corpi fatti di pennellate trasparenti che si fondono con la stessa natura. Armitage seduce così: getta un’esca attraente per poi scaraventarti dentro la tragedia. E lo fa coerentemente fin dalla prima sala, dove una donna sul ring con i guanti da boxer sembra tormentata da figure oniriche e mostruose alle sue spalle. È il ritratto di Conjestina Achieng, famosa campionessa di pugilato, la prima donna africana a conquistare un titolo mondiale. La stampa l’ha distrutta per i suoi problemi di salute mentale.

E poi c’è l’uomo con la bocca disegnata di rosso come un clown, gli occhi socchiusi e folli e un pneumatico al collo. Mi guardo intorno e vedo che non sono la sola a fissarlo. È un’opera che non si riesce a lasciare indietro. Cerco la didascalia. E questa racconta l’orrore di un linciaggio a cui l’artista ha assistito da bambino nel Sud Africa dell’apartheid. Alla vittima hanno gettato addosso un pneumatico cosparso di benzina per poi appiccargli fuoco. Ecco cosa sono quei bagliori rossastri. imbevuta di quella radicata

Conosco l’Africa solo dai romanzi e dall’arte e sono imbevuta di quella radicata fascinazione europea per l’esotismo. Armitage lo sa e me lo ritorce contro. Lo fa usando una tecnica pittorica familiare e seducente, citando senza riserve Gauguin, Manet, Goya o Picasso. Come nel gruppo di maschi nudi su uno sfondo di toni bruni, dove dei tocchi dorati sui genitali attirano inevitabilmente lo sguardo. Sono ragazzi che si prostituiscono per i turisti di Mombasa. Un controcanto alle Bagnanti di Picasso.

E poi la folla disordinata e scomposta durante le elezioni del 2017. Più che festosa sembra una folla in delirio, che scambia le promesse per verità. Perché ci si illude sempre?

In qualche modo m’illudo anch’io. Mi lascio imbrogliare dalla pittura sapiente di Armitage, trasportare dalla sua folla impazzita, dai colori mai squillanti, dalle scene corali. Ma a ogni didascalia l’entusiasmo si raffredda.

Ogni scena rimanda a linciaggi, povertà, prostituzione, violenza, droga, morte. Ad un certo punto, perdo la fiducia. Potrei anche fermarmi alla tela e non cercare altre informazioni. Potrei restare sulla soglia. Invece leggo avanti.

Mi avvicino poi alla tela: ci sono dei buchi che smangiano le pennellate e escrescenze lunghe come cicatrici che le danno un aspetto organico, tattile. Non è tela di lino ma Lubugo, un tessuto della tradizione ugandese, ancora oggi legato in alcune culture a cerimonie funebri. Lo si ottiene dalla corteccia scorticata dell’albero di fico, che viene poi ammorbidita, battuta, lavorata. Il tessuto rimane imperfetto, il pennello deve scendere a compromessi con i suoi solchi e i suoi sfregi. Armitage ne aveva trovato dei pezzi a un banchetto per souvenir qualche anno fa. Quel materiale è diventato per lui il corpo dove scrivere la storia del Kenia contemporaneo, un paese che il colonialismo britannico ha lasciato con ferite che ancora spurgano.

Davanti a queste opere, sembra che Armitage, nato nel 1984, con la sua identità africana ed europea, porti queste pulsioni dentro di sé.

Ripenso alla boxer di prima. Forse mi stava invitando a salire con lei sul ring ma di fare attenzione: i colpi arrivano inaspettati sotto la cintola.

Solo verso la fine della mostra ho tirato il fiato. Paesaggi fatti di tante pennellate sottili che donano una profondità quasi tridimensionale. Ma le implacabili didascalie raccontano di terre fragili, contese dagli uomini, minacciate dalle guerre o dall’inquinamento.

L’ultima opera mostra un uomo che dorme. Il viso si sdoppia come una maschera e fluttua nello spazio. S’intitola You, who are alive (voi che siete vivi) e mi sembra che dica: io ho fatto il mio. Adesso spetta a voi.

Almeno, questo è quello che ho capito io.

Corpi senza difese: Jenny Saville a Ca' Pesaro

Se c'è una cosa che mi ha colto impreparata in questa mostra sono state le dimensioni. Nella vasta sala di Ca' Pesaro mi sono sentita fuori scala davanti a quelle tele di tre–quattro metri, dove lo sguardo doveva arrampicarsi sui corpi nudi che le riempiono, debordanti e imperfetti.

Una donna affonda le dita nella carne frollata delle cosce sproporzionate e potenti; una ha un seno morbido e cadente e uno piccolo e sodo; il braccio è gonfio e malato. Che si tratti di corpi diversi, assemblati come fosse un collage, non lo rende meno inquietante.

Nelle altre opere i corpi si moltiplicano, s’intrecciano, si fondono tra di loro: dove va una gamba, dove cade il braccio.

Tre corpi obesi, ammucchiati uno sopra l’altro, legati da un cordino, sembrano esibiti su un banco. La pennellata è densa, pastosa, fa tremare le carni polpose.

Quei corpi grassi, vulnerabili nella loro sovrabbondanza lontana da ogni norma estetica, vengono esposti senza difese.

Nelle sale dei ritratti, è sempre lo stesso volto che ci guarda: grandi occhi da manga, labbra morbide: ma quel viso così bello viene brutalizzato dalla pittura. I rossi e i blu mettono in vista labbra tumefatte, lividi sugli zigomi, ecchimosi sulla pelle. Gli occhi arrossati dalle lacrime sono sempre un po’ sgranati e incerti, come se non capissero la violenza che li ha colpiti.

Il colore ora è carico, dato con una spatola, ora è raschiato o filamentoso. Tutto quello che è nascosto sotto lo strato levigato della pelle sembra premere per venire fuori: carne, sangue, fasce, fibre, nervi. La superficie della tela palpita.

Quel viso tanto bello e disarmato sembra essere stato preso a pugni.

Eppure, nonostante l’emozione possa travolgerti, ci si accorge che Saville sta dentro il processo della pittura. Non solo come studio dei suoi mezzi – il colore, le colature, i graffi, i segni – ma ritraendo se stessa. Saville è allo stesso tempo modella, artefice, spettatore.

Non è l’indagine del proprio io che le interessa, dice l’artista, quanto usare il proprio viso, il corpo, fotografato e ingrandito, come uno strumento per sondare qualcosa di più profondo. “La bellezza mi fa paura”, confessa, paura che la sua opera possa “non essere seria” o “sentimentale”.

Il dialogo con i grandi maestri del passato è esplicito, consapevole: Cy Twombly, Lucien Freud, Kokoschka. Io, se ne devo scegliere uno, scelgo Kokoschka, per la palette colorata e nervosa.

Nella sala delle Pietà i corpi sono abbandonati nell’ultimo abbraccio. Il colore si riduce, tranne che per una grande Madonna su fondo oro, un omaggio alla pittura bizantina e veneziana

Venezia – città in cui torna spesso – è presente nella sua opera anche attraverso i maestri veneziani che l’artista guarda, studia, elabora.

Le ultime due opere sono un tributo a Tiziano. L’amore tra Venere e Adone le dà l’occasione per tornare ai corpi avvinghiati; nello sfondo, questa volta, aggiunge le montagne del Cadore. Della Danae, invece, la Ninfa posseduta da Giove sotto forma di pioggia dorata, rimane poco di quella idealizzata bellezza. Una donna paffuta che si avvicina alla mezza età, dai capelli rossi guarda lo spettatore, forse stanca, forse indifferente alla propria esposizione.

Biennale 2026

La Biennale tra censura e propaganda, avanti con l’arte analgesica!

 

In Arsenale, al primo piano delle Sale d'Armi, quest'anno il padiglione della Repubblica del Sud Africa rimarrà vuoto. Al contrario, quello della Federazione Russa, chiuso dal 2022, potrebbe essere riaperto – anche se le ultime notizie sembrano smentire questa possibilità. La commissaria del padiglione, Anastasia Karneeva, attraverso la sua società Smart Art ha infatti inviato richiesta formale di partecipazione e la Biennale ha accettato il progetto.

Apriti cielo! Ventidue Paesi europei protestano veementemente contro la presenza russa e la Commissione europea minaccia la Biennale di tagliare i fondi. Questo accade pochi giorni dopo le Paralimpiadi, che vedono degli atleti russi non solo partecipare alle gare ma anche vincere degli ori e salire sul podio al suono dell'inno nazionale.

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Scuola of the Dalmatians, Interior

Le storie senza tempo di Carpaccio

Scuola of the Dalmatians, Interior
Scuola di San Giorgio e Trifone (Scuola degli Schiavoni), interno.

Non ricordo quando fu, esattamente, che visitai per la prima volta la Scuola degli Schiavoni. Ricordo però l’emozione.

Quando entrai, fu come precipitare dentro la storia.
Nella piccola aula, con travi a soffitto e dossali di legno lungo le pareti, le tele di Carpaccio mi apparvero come un fregio fiabesco.

Erano scurite dal tempo e male illuminate, eppure mai come in quel momento ebbi la sensazione della presenza di un mondo che arrivava da lontano.

I dalmati

La Scuola degli Schiavoni, oggi nota come Scuola Dalmata di San Giorgio e San Trifone, era un’istituzione caritativa e di solidarietà per i molti dalmati che vivevano a Venezia.

Il legame con la Dalmazia, la regione sulla sponda orientale dell’Adriatico, aveva origini antiche, precedenti persino al vincolo politico di quando divenne territorio dello Stato da Mar della Repubblica. Fin dall’XI secolo, infatti, la riva davanti a Palazzo Ducale, dove i mercanti dalmati attraccavano e vendevano le loro merci, era chiamata Riva degli Schiavoni.
Nello spazio intimo della Scuola, che rappresentava la comunità dei dalmati, Carpaccio diede vita a un ciclo pittorico narrativo e poetico allo stesso tempo.

Carpaccio, San Giorgio contro il drago, 1502, Scuola Dalmata dei S.S. Giorgio e Trifone

San Giorgio

I tre teleri a sinistra raccontano la leggenda di San Giorgio, prototipo dei molti cavalieri erranti della nostra letteratura e virtuoso soldato cristiano.

Mentre si trova nei pressi della città di Silene, il santo scorge una giovane donna, una principessa, destinata come offerta al vorace drago che tiene in scacco la città e che reclama costantemente nuove vittime. Senza esitazioni, San Giorgio ingaggia uno scontro con il mostro per salvare la principessa.
Nel secondo telero, San Giorgio trascina il drago ferito, ma ancora vivo, sulla piazza principale di Silene. Forse aveva già in mente uno scambio con il re. Infatti, solo dopo avergli strappato la promessa di farsi battezzare, il drago viene definitivamente eliminato davanti alla folla, testimone attonito del trionfo del guerriero cristiano.
Nel terzo telero, il re e la figlia, inginocchiati davanti a San Giorgio, ricevono il battesimo direttamente dalle sue mani.

Della leggenda, Carpaccio sceglie dunque tre episodi, ma in ognuno di loro ci parla di molto altro: di tessuti preziosi decorati a palmette e fiori di origine bizantina, moresca o cinese; dei musicisti, sempre presenti alle feste importanti, e dei loro strumenti; di architetture cristiane e islamiche; ci mostra il re pronto a dare in moglie all’eroe la propria figlia, un servitore affannato, folle di curiosi, piante e uccelli.

Attraverso questi dettagli, così familiari ai suoi contemporanei, Carpaccio racconta di Venezia stessa e dei suoi abitanti.
 Per questa sua capacità descrittiva e affabulatoria, Carpatccio è stato definito un pittore-narratore.
Si potrebbe chiamarlo anche un cantastorie, perché per ogni scena sembra invitare a comporre una strofa da leggere ad alta voce.

C’è chi in Carpaccio vede l’abilità di un regista nel mettere in scena dei piani sequenza. Eppure, nella molteplicità dei dettagli e delle storie che si trovano in ogni telero, al centro domina un fermo immagine.

Se prendiamo il primo episodio, l’elemento che più richiama l’attenzione è la lancia rossa manovrata dal cavaliere che sferra il suo colpo con un movimento da destra verso sinistra. Dietro al santo vediamo la principessa e una chiesa in cima a una collina, insieme ad altri simboli cristiani.

La leggenda si specchia nel mondo reale: il drago non è più simbolo dei pagani, ma dei saraceni, mentre San Giorgio indossa un’armatura contemporanea. Sembra l’idealizzazione cavalleresca di quella guerra concreta e cruenta che a migliaia, tra veneziani e dalmati, da decenni combattevano contro gli Ottomani.

Questa non è più solo una leggenda, e nemmeno una rivisitazione delle guerre turco-veneziane: una luce dorata avvolge i due protagonisti, che pur nella violenza dello scontro sembrano immobili nello spazio, cristallizzati in un continuo presente, come monito dell’universale lotta tra bene e male, destinata a durare fino alla fine dei tempi, quando finalmente Cristo tornerà sulla terra e vincerà definitivamente il male.

L'incontro dei due fidanzati, ciclo di Sant'Orsola, 1490-95, Gallerie dell'Accademia

Ereo e Orsola: i fidanzati

C’è un’altra opera di Carpaccio dove, nel dettaglio di un episodio, si può trovare un momento universale: si tratta dell’incontro tra Orsola e Ereo, nel ciclo di Sant’Orsola alle Gallerie dell’Accademia di Venezia.

La principessa di Bretagna accetta di sposare il figlio del re di Britannia, se lui acconsente a convertirsi alla religione cristiana. Dopo che gli ambasciatori hanno preso gli accordi, Ereo si reca in Bretagna, dove i due giovani sposi si incontrano per la prima volta.
Li vediamo, quasi un dettaglio nell’enorme telero pieno di figure. Si assomigliano: sono belli, biondi, nobili, vestiti di abiti preziosi e completamente ignari del tragico destino di morte che li attende. Nello scambio dei loro primi sguardi, si riconoscono: sono uno per l’altra.

L’intensità della somiglianza tra i due amanti, che allude all’unione di due anime in un unico corpo, era già stata cantata qualche secolo prima nella leggenda di Tristano e Isotta, i due giovani principi, che, per errore, bevono un filtro d’amore. Stregati dalla irresistibile magia, per amarsi, infrangono tutte le regole dell’onore e dell’onestà.

A Venezia, la leggenda era molto popolare grazie ai trovatori, poeti erranti che la recitavano nei campi davanti a un pubblico rapito che li ascoltava sospirando. Mi piace immaginare che, un giorno, tra loro ci fosse stato anche Carpaccio, e che i versi del poeta non lo avessero più lasciato:

Un uomo, una donna; una donna, un uomo:

Tristano, Isotta; Isotta, Tristano.

Qui, in questo gioco di scambio di sostantivi e di nomi, il poeta intreccia il destino dei due nobili amanti, che specchiandosi l’uno nell’altro, si fondono per diventare un'anima unica.

Carpaccio, pittore di storie, sapeva in realtà dare forma a sentimenti profondi e universali.

Giovanni Bellini, Presentazione di Gesù al Tempio, 1460-64, Pinacoteca Querini Stampalia, Venezia

Rossi veneziani

Giovanni Bellini, Presentazione di Gesù al Tempio, 1460-64, Pinacoteca Querini Stampalia, Venezia
Giovanni Bellini, Presentazione di Gesù al Tempio, 1460-64, Pinacoteca Querini Stampalia

 

Non è solo cremisi, purpureo o scarlatto. Il rosso veneziano è di più: è indefinibile. Sfumature sovrapposte, lacche trasparenti, sensualità calde, avvolgenti, evocano i bagliori mutevoli della fiamma di una candela ...

Se nei temi sacri del Rinascimento veneziano il rosso richiama il sangue del sacrificio, il martirio e l’amore divino, momenti cari alla tradizione cristiana, nei ritratti e nei temi profani il rosso si libera dai simboli religiosi e diventa sinonimo di eleganza, sensualità, passione.

Il rosso è un colore drammatico che attrae lo sguardo degli altri e si impone al centro dell’attenzione. Quando lo si indossa, è come trovarsi su un palcoscenico: il rosso bisogna saperlo portare.

Forse per questo motivo, da sempre è anche colore regale, e nella Venezia rinascimentale il porpora degli imperatori bizantini era ancora memoria viva.

Il rosso nella sua espressione più nobile era visibile dappertutto: negli antichi mosaici di San Marco, nelle pale d’altare medievali o nelle tonache dei senatori. Riservato a contesti solenni e a uomini di prestigio, nel Cinquecento si afferma anche per ritratti privati o allegorici.

Per il ritratto di Laura, Giorgione applica velature sottili che vanno dal rosso al bruno della pelliccia, e modellano la figura con una luce morbida e naturale. Il seno scoperto, il bordo della pelliccia che sfiora il capezzolo creano una forte carica di sensualità.

Giorgione, "Laura", 1506, Kunsthistorisches Museum, Vienna

Come in altre enigmatiche opere dell’artista, l’identità della figura rimane insoluta: forse Flora, forse una cortigiana, una ninfa o, come potrebbe alludere la presenza dell’alloro, la Laura amata da Petrarca. Più probabilmente, è un ritratto augurale commissionato per un matrimonio.

Il prezioso pigmento si otteneva principalmente dal cinabro, un minerale raro che contiene solfuro di mercurio. Per il suo costo proibitivo, dal XIII secolo, attraverso un processo chimico a base di una miscela di mercurio e zolfo, già conosciuto in Cina e nel mondo islamico, si produceva un pigmento simile: il vermiglione. Era più facile da reperire e aveva una qualità più uniforme rispetto al pigmento naturale. Grazie alla loro intensità e al potere coprente, sia il cinabro che il vermiglione venivano utilizzati per la resa di panneggi e tessuti.

A questi venivano spesso sovrapposte lacche rosse e trasparenti di origine organica, come la lacca di radice di robbia che dava tonalità rosso-aranciate e rosa. Fino all’inizio del Cinquecento si utilizzava anche il Kermes, un rosso ottenuto da un insetto, parente della coccinella, e già conosciuto in epoca preistorica. Verso il 1520, dal Messico arriva sui mercati europei la cocciniglia, un altro insetto della stessa famiglia, da cui si ricavava una lacca di un colore più brillante. Per la sua trasparenza e intensità, diventa subito molto popolare tra gli artisti veneziani e italiani in generale, che la utilizzano al posto del Kermes per velature più luminose.

Titian, Flora, 1515, Gallerie degli Uffizi, Florence

In Flora, Tiziano raggiunge un eccezionale virtuosismo nell’uso del rosso. Nonostante il colore sia meno esuberante rispetto ad altri ritratti, qui l'opera è permeata da delicate tonalità rosa-rosse e aranciate: dai capelli ramati della giovane, all’incarnato acceso del viso, ai riflessi luminosi sul mantello di velluto che l’avvolge morbidamente. La lucentezza lunare della camicia esalta le carni rosate e il disegno del velluto. Similmente a Laura di Giorgione, la giovane è una probabile allegoria; per le rose che tiene in mano qualcuno vede in lei Venere, dea dell’amore, ma è con Flora che viene generalmente identificata.

In netto contrasto con la sensualità di Flora, troviamo il ritratto di Isabella di Portogallo, che Tiziano realizzò più di trent’anni anni dopo. Si trattava di un ritratto postumo dell’amatissima moglie di Carlo V, scomparsa a 35 anni, forse di consunzione, dopo aver partorito il settimo figlio.

Titian, Isabella of Portugal, 1548, Museo Nacional del Prado, Madrid

La richiesta di Carlo V non era tanto ricordare il viso della moglie così com'era, quanto il suo ruolo di imperatrice dell’immenso impero asburgico accanto a lui. Tiziano comprese il desiderio del committente. L’oro, i gioielli, l’acconciatura, i colpi di luce sul velluto degli abiti e della tenda concorrono ad esprimere la quintessenza della regalità e della virtù cristiana.

Il libro di preghiera è aperto, lo sguardo è sollevato verso un punto lontano: Isabella non sembra più di questo mondo. Distante come un’icona, sembra piuttosto appartenere a quel cielo azzurro sopra il paesaggio dolomitico che si apre dietro a lei - un vezzo di Tiziano quello di citare in molte sue opere la terra dov’era nato.

Nel corpetto prevale un rosso scuro, probabilmente eseguito con cinabro e velature di lacca di cocciniglia, per intensificare i toni e conferire profondità.

Ma il rosso non era più esclusivo di regine e imperatrici, dee dell’amore o cortigiane: anche le nobildonne prediligevano ora questo colore dai molti rimandi e sempre ad effetto.

Paris Bordone, Portrait, 1550, Galleria Palatina, Florence

Nel ritratto femminile di Paris Bordone, allievo e collaboratore di Tiziano, il rosso dell’abito dona energia e imponenza alla protagonista, ad oggi non identificata. Nell’Ottocento la critica la credette una balia dei Medici, ma il tessuto prezioso, la collana di perle e l’atteggiamento indicano un rango sociale elevato. I riflessi cangianti sul velluto sono ottenuti attraverso pennellate più chiare che simulano il gioco della luce sulla stoffa.

Una luce più calda e morbida le illumina il viso, dove l’espressione lascia intuire un carattere risoluto, così come la sua posa, con le braccia libere invece di essere tradizionalmente conserte in grembo.

A metà del secolo, Veronese irrompe nella scuola veneziana con maggiore libertà rispetto alle tonalità calde che avevano dominato sulle pale d’altare medievali e e fino alla grande stagione del Rinascimento di Bellini, Giorgione, Sebastiano del Piombo e Tiziano per citarne solo alcuni.

Paolo Veronese, Portrait, 1555, Musee de la Chartreuse, Douai, France

Nel ritratto di questa dama - siamo ormai nel 1565 - se il rosso del velluto è ancora saturo, denso, con alcuni punti più brillanti, le velature fredde della camicia creano un effetto più etereo e un complesso gioco cromatico. Anche la pelle, pur mantenendo ancora le sfumature di rosa secondo il canone della bellezza rinascimentale, rivela delle ombre fredde, ottenute mescolando tonalità chiare con una punta di azzurro e grigio.

Le tecniche di sperimentazione del colore, di stratificazioni e sovrapposizioni di cinabro, vermiglione e lacche rosse, avrebbero raggiunto il loro apice nel Seicento nei Paesi Bassi, ad opera di artisti come Van Dyck e Rembrandt, grazie anche all’arrivo di un nuovo rosso, il carminio di cocciniglia, dagli effetti ancora più brillanti.

Venezia aveva anticipato un tendenza che avrebbe attraversato i secoli, confermando il suo ruolo centrale nella storia dell’arte. Il rosso, con le sue infinite sfumature e la sua forza simbolica, rimane uno dei segni più suggestivi di questa straordinaria stagione artistica, capace di raggiungere effetti di regalità e sensualità che continuano a sedurre gli amanti dell’arte.

Palazzo Grimani, Salamandra

Fuoco e pietra: La salamandra di Palazzo Grimani

Palazzo Grimani, Salamandra
Relief Sculpture of a Salamander at Palazzo Grimani

Davanti a una salamandra che brucia, ci si può davvero avvicinare al segreto del desiderio?

È questo il mistero che avvolge il significato della salamandra scolpita su un camino in una sala di Palazzo Grimani, scoperta solo qualche anno fa durante lavori di restauro. Il Palazzo, oggi museo statale, è un luogo dove la passione di Giovanni Grimani per la cultura classica, la mitologia, i suoi simboli si intrecciano con la sua personale vicenda e con la storia della sua famiglia.

Giovanni Grimani e il palazzo

Acquistato alla fine del Quattrocento dal futuro doge Antonio Grimani, il palazzo venne arricchito da straordinarie raccolte di statue antiche, libri e monete grazie al figlio, il cardinale Domenico Grimani, umanista e raffinato collezionista. Fu però la pervicacia del nipote Giovanni, unita al suo gusto raffinatissimo per l’arte e alla capacità di riunire straordinari talenti, a trasformare il palazzo in un autentico capolavoro dell’umanesimo cinquecentesco.

Uomo di vasta cultura e spirito inquieto, Giovanni, pur essendo vescovo di Ceneda e più tardi patriarca di Aquileia, frequentava con una certa libertà ambienti intellettuali spesso sospettati di simpatie luterane. Una denuncia di eresia diede avvio a un lungo esame da parte dell’Inquisizione che, pur concludendosi con l’assoluzione, gli costò il cappello cardinalizio. Giovanni visse la mancata nomina un’onta e un’ingiustizia. Dopo che lo zio e due fratelli avevano ricevuto il titolo, riteneva di averne pieno diritto anche lui.

Ossessionato per tutta la vita dai “diavoli” del Santo Uffizio, Giovanni trasformò il palazzo di famiglia nel luogo della sua discolpa, dove rispondere al sopruso e rivendicare la propria innocenza. Chiamò artisti di spicco del Manierismo romano, come Giovanni da Udine e Giuseppe Salviati, quasi volesse rispondere a Roma con lo stesso linguaggio artistico allora in voga nella città papale.

Nelle storie mitologiche narrate attraverso stucchi e affreschi nelle sale del palazzo, prendono vita le vicende di uomini e dei e le antiche e mai sopite dinamiche di colpa, punizione e redenzione.

La salamandra

Ed è proprio nell’ala del palazzo che Giovanni fece decorare nei tardi anni Trenta del Cinquecento, nella sala un tempo dedicata a Psiche, che dietro una parete è emersa un’antica canna fumaria. Rimossi i detriti dal focolare, al suo interno è riapparso un magnifico bassorilievo: una salamandra che sembra danzare tra le fiamme che la avvolgono.

Ci si può immaginare che, quando il camino veniva acceso, prendesse vita uno spettacolo suggestivo: la creatura che baluginava nel fuoco e volteggiava tra i riverberi delle fiamme come un’ombra cinese sfuggita al suo teatro. Eppure, quando anche l’ultimo ceppo nel focolare si era consumato, la salamandra, poco prima solo un corpo evanescente, tornava pietra. Scolpita nella materia e nera di fuliggine, la creatura che incarnava il desiderio rimaneva lì, come una presenza concreta, pronta ad ardere di nuovo.

Se al livello del pavimento la salamandra costituiva un fulcro ipnotico che catturava gli sguardi dei presenti, sul soffitto splendevano le sensuali tele di Francesco Salviati con le storie di Amore e Psiche, a ricordare che, come gli uomini, anche gli dei patiscono i tormenti della passione. Gli affreschi e la salamandra formavano un unicum simbolico: un tributo al potere dell’amore, umano e divino, capace di resistere alle prove più ardue. La fiaba, narrata nelle Metamorfosi di Apuleio, racconta come Venere, capricciosa madre di Amore, ostacolasse in tutti i modi l’amore tra il figlio e la bellissima principessa Psiche. La giovane seppe però affrontare sfide implacabili, fino a conquistare l’immortalità e il consenso di Venere alle nozze.

Il tema della fiaba, insieme alla salamandra, celebrava così il trionfo del desiderio. La tenacia della passione e la capacità di affrontare le dure condizioni che questa talvolta pone si sublimavano alla fine in una forza divina capace di condurre alla felicità amorosa, all’unione tra umano e divino. Nonostante la coerenza tematica della sala, l’animale, con i suoi molti rimandi simbolici, evocava anche la forza morale di Giovanni Grimani e la fede incrollabile che gli consentiva di resistere alle accuse e alla persecuzione dell’Inquisizione.

Le Metamorfosi

I temi delle due sale successive, ispirati alle Metamorfosi di Ovidio, sono dedicati alla ninfa Callisto, trasformata in un’orsa da Giunone e poi da Giove nella costellazione, e a Marsia, l’imprudente satiro che, dopo aver osato sfidare Apollo in una gara musicale, fu scorticato come punizione per la sua superbia. Ancora una volta assistiamo alle ingiustizie degli dei: se per Amore e Psiche, dopo la sofferenza, trionfa un lieto fine. L’unico modo per sottrarre Callisto al suo destino è perpetuarla nelle stelle del cielo. Di Marsia, invece, non resta che la memoria, affidata al nome di un fiume sgorgato dalle lacrime di pietà delle divinità silvane.

Il ricorso alla metamorfosi, nelle storie mitologiche, è lo strumento attraverso cui gli dei cercano di aggiustare i torti che, spesso per vanagloria, infliggono agli dei minori o ai mortali. Allo stesso modo, Giovanni Grimani trasforma il palazzo in un documento della sua vita, affidando all’arte, come lascito per i posteri, il compito di ristabilire giustizia sulla propria vicenda.

Quasi mezzo millennio dopo, camminando tra le sale, pare ancora di sentire echeggiare la sua voce, forse solo un sussurro di rivincita, lasciato in custodia alla storia.

Portrait by Titian embodying classical Renaissance beauty

Salamandre 3: La poesia della passione di Gaspara Stampa

 

Portrait by Titian embodying classical Renaissance beauty
La Bella, Portrait by Titian, 1530s, Portland Art Museum. Model unknown.

Immaginiamo una giovane donna bella e sicura di sé: qualcuno direbbe spregiudicata.

Dev’essere incantevole quando canta o suona la viola da gamba, spesso insieme alla sorella Cassandra, nella casa materna di San Trovaso, vivace ritrovo di musicisti e letterati. Molti le offrono i loro versi, qualcuno anche il matrimonio. Ma Gaspara ama la sua libertà, quella amorosa e quella intellettuale, e si diletta a comporre sonetti che recita nei salotti della raffinata società veneziana.

Nata a Padova intorno al 1523, Stampa si trasferisce a Venezia con la madre e i fratelli dopo la morte del padre. Ben inserita nei colti circoli veneziani, è ammirata per il suo talento poetico e musicale. Sia la madre che il fratello le permettono di esprimere liberamente la propria vivacità artistica, e in questo, la sua condizione è diversa da quella delle sue coetanee.

Gaspara si lascia più volte travolgere dall’amore. A casa del nobile Domenico Venier, incontra Collaltino di Collalto, aristocratico trevigiano, che al mestiere delle armi unisce anche la pratica della poesia. Se ne innamora dal primo istante, tanto che affida ai suoi versi il turbamento di quell’incontro fatale: “Che meraviglia fu, s’al primo assalto, giovane e sola, io restai presa al varco,” scrive in uno dei sonetti a lui dedicati.

È un amore coinvolgente, sostenuto anche dalla comune passione per la poesia. Collaltino, però, pur affascinato da Gaspara, non ricambia del tutto i suoi sentimenti; occupato con la tenuta di Treviso e i rapporti con Enrico II di Francia, per il quale presta anche i suoi servizi di uomo d’armi, si assenta spesso da Venezia.

Lei si consuma nel tormento, e la consapevolezza di essere amata da altri uomini non la consola. “Egli mi fugge, i’seguo lui; altri per me si strugge”; in tre frasi lapidarie, Stampa esprime il paradosso di amori che si inseguono senza mai incontrarsi, in un vortice di desideri e delusioni che risulta ancora più amaro.

Con lo stesso disincanto, si rende conto che l’affetto di Collaltino è debole: “Io son de l’aspettar sì stanca (…) ed ei si vive lieto nei suoi colli”. Quando Collaltino, dopo tre anni di relazione precaria, la lascia definitivamente, Gaspara è travolta dalla disperazione: “Da indi in qua per me si trema e suda, si piagne, si dispera e si disia.”

Amare di nuovo

Eppure, inaspettatamente, dopo qualche tempo, Gaspara si innamora di nuovo: “un foco uguale al primo io sento”, scrive in uno dei quattordici sonetti dedicati a Bartolomeo Zen, suo ultimo e più stabile, più gratificante amore.

Presa da un rinnovato entusiasmo, la poeta confessa, in uno dei suoi sonetti più celebri, che l’amore è per lei una condizione di vita: un fuoco che la nutre e la rigenera come quello della salamandra, con cui si identifica:

Amor m’ha fatto tal ch’io vivo in foco,

qual nova salamandra al mondo, e quale

l’altro di lei non men stranio animale,

che vive e spira nel medesmo loco.
Le mie delizie son tutte e ‘l mio gioco,

viver ardendo e non sentire il male,

e non curar ch’ei che m’induce a tale

abbia di me pietà molto né poco.
A pena era anche estinto il primo ardore,

che accese l’altro Amore, a quel ch’io sento

fin qui per prova, più vivo e maggiore.
Ed io d’arder amando non mi pento,
pur che chi m’ha di novo tolto il core
resti de l’arder mio pago e contento.

Gaspara Stampa muore di febbre a soli trentun anni, nel 1554. Nello stesso anno, la sorella Cassandra cura la pubblicazione delle Rime, oltre trecento sonetti petrarcheschi in cui la poeta ha riversato i suoi sentimenti con grande immediatezza.

Gaspara Stampa

Solo con la riedizione del 1738 curata da un discendente di Collaltino, le Rime vengono riscoperte e riconosciute come un capolavoro della poesia femminile rinascimentale.
Nonostante molta critica dell’Otto e Novecento abbia trovato sconvolgente la schiettezza di Gaspara e abbia ritenuto che il suo stile così audace potesse provenire solo da una cortigiana, oggi, restituita a Stampa la sua dignità di donna colta e libera, si riconosce la felicità intellettuale con cui la sua scrittura celebra sentimenti come la passione e il desiderio, rendendoli legittimi anche per una donna e contribuendo a ridefinire il ruolo femminile nella letteratura rinascimentale.

Salamandre 2: Il gentiluomo triste di Lorenzo Lotto

Gentleman by Lorenzo Lotto, 1520s, Gallerie dell’Accademia di Venezia

Pallido, emaciato, teso; gli occhi guardano verso il nulla, il corpo si appoggia sghembo al tavolo. Le dita lunghe sfogliano meccanicamente un pesante libro dei conti, mentre, alle sue spalle, un corno da caccia e un liuto appesi al muro sembrano raccontare di una fase della vita ormai conclusa: un’epoca più leggera e allegra, dedicata alla musica, alle battute di caccia.

Accanto a questi simboli di spensieratezza, dalla finestra aperta dietro a lui si scorge un paesaggio di colline dominato da un ampio cielo azzurro, che sembra alludere a spazi di liberà ormai limitati.

Nuovi doveri e nuovi impegni lo attendono: sul tavolo, coperto da un panno verde, si trovano gli strumenti del mestiere: lo scrigno per custodire il libro mastro, alcune lettere un anello con il sigillo, il calamaio.
L’indice della mano destra si solleva appena verso una lettera, diversa dalle altre: è stata aperta e ripiegata, e ora giace tra petali di rosa appassiti. Segno, forse, di un amore perduto, di un legame sfiorito.

Nel volto e nell’atteggiamento di questo giovane uomo, tutto parla di rassegnazione e turbamento; la luce mette in risalto i tratti del viso affilato e triste, amplificando il senso di una solitudine interiore.

Sullo scialle azzurro, disordinatamente appoggiato sul tavolo, nel punto dove la stoffa si ingolfa, compare una piccola salamandra. Il collo si protende verso il giovane e forma una tensione parallela e contraria a quella del dito della sua mano.
Si percepisce un movimento ad arco che parte dalla mano destra, attraversa i petali sparsi sul tavolo e culmina nella salamandra, la quale guida lo sguardo verso la mano sinistra e le pagine del libro.

Attraverso questo percorso allusivo, dai petali al libro, si ha l’impressione di assistere alla rappresentazione di una causa - effetto: una delusione amorosa che spinge il giovane a cercare un nuovo orientamento nella vita. Eppure, nonostante la mestizia che pervade l’opera, la presenza della salamandra lascia intravedere la possibilità che il protagonista saprà sopportare la sua pena, trovando forza e rifugio nella dedizione al lavoro.

I colori si riducono a poche tonalità fredde - azzurro e verde - che creano un’atmosfera di calma inquieta; nella maggior parte della composizione prevalgono, però, le tinte scure - l’abito sobrio, lo sfondo -, che contribuiscono alla drammaticità dell’espressione pallida e sofferente del giovane e all’austerità del contesto.

Grazie alla sua profonda introspezione psicologica e la capacità con cui rende percettibili le sottili sfumature emotive dei suoi committenti, Lorenzo Lotto occupa un posto di rilievo nella storia dell’arte rinascimentale. In un clima culturale che celebrava le passioni umane, erano spesso i suoi stessi committenti a voler mettere a nudo i propri sentimenti in ritratti destinati a essere osservati e ammirati dai frequentatori delle loro case.

È dunque il "Giovane gentiluomo" che si affida alla mano dell’artista per fissare un momento incancellabile della sua vita.

Il ritratto, forse appeso a una parete del palazzo, rimaneva testimonianza tangibile di una decisione sofferta e di un’angoscia che Lorenzo Lotto ha saputo trasformare in un’immagine di straordinaria intensità espressiva e che immortala il tormento interiore del protagonista.

Salamander - The Myth

Salamandre 1: il mito

Salamander - The Myth
Michael Maier, Salamander, 1617, Engraving in “Atalanta fugis”.

Fin dai tempi antichi, questo piccolo anfibio nero chiazzato di giallo ha incarnato la prodigiosa virtù di resistere indenne alla forza distruttrice del fuoco.

Creatura dal sangue freddo e amante degli ambienti umidi, si diceva che si nutrisse delle fiamme per scaldarsi. Inoltre, quando minacciata, la salamandra secerne, attraverso le sue ghiandole velenifere, un liquido capace di provocare un’infiammazione immediata nel predatore, caratteristica che ha consolidato nel tempo il suo legame simbolico con il fuoco.

Nel Medioevo, il fuoco, e i roghi in particolare, si affermano come l’arma con cui incenerire i corpi e le anime dei peccatori, per purgarli dal male che ha incancrenito le loro vite. La salamandra, che invece al fuoco sa resistere, nei Bestiari medievali viene associata al coraggio di chi soffoca volontariamente le proprie passioni terrene, scegliendo di vivere la vita retta del buon cristiano.

Con il Rinascimento, il simbolo della salamandra si arricchisce di nuovi significati. Nell’amore carnale, spesso evocato come un fuoco che divora, non si riconosce più soltanto il peccato, ma anche la fragilità della natura umana, incapace di sottrarsi al suo incantamento. Di questo fuoco amoroso che avvolge, brucia e consuma, l’amante non può fare a meno: se ne nutre tra strazio e gioia. Il desiderio di crogiolarsi nel crudele e dolce tormento trova nella poesia una delle sue più audaci espressioni, sublimandosi nel simbolo della salamandra.

Nei prossimi articoli, vedremo tre rappresentazioni della salamandra: nell’arte, nella scultura e nella poesia del Rinascimento veneziano, unite da un filo rosso - quello della passione amorosa - che le intreccia tutte.

Regata Storica Since the 1950s, the water parade has recreated the triumphant reception of Caterina Cornaro, Queen of Cyprus, upon her arrival in Venice in 1489 after her abdication in favor of the Republic.

Caterina di Cipro: una regina scomoda

Regata Storica in Canal Grande. Dagli anni Cinquanta, il famoso corteo acqueo rievoca il trionfale arrivo nel 1489 di Caterina Cornaro, Regina di Cipro, dopo aver abdicato a favore di Venezia.

La figura di una regina per la Repubblica di Venezia non poteva essere che finzione scenica, rappresentazione estetica e simbolica di un potere che era, in realtà, nelle mani di un ristretto consesso maschile. Eppure, persino la Repubblica ha dato alla storia del Mediterraneo una vera regina: Caterina di Cipro.

Il constesto storico

Retto dalla dinastia di origine francese dei Lusignano, il regno di Cipro nella seconda metà del Quattrocento fu travolto dall’ambizione del figlio illegittimo di Giacomo I, Giacomo II detto il Bastardo, che usurpò il trono alla sorella Carlotta. Dopo un primo tentativo fallito, sostenuto dai veneziani, Giacomo si rivolse al Sultano d’Egitto. Con l’aiuto delle truppe mamelucche, spodestò la sorella e strappò Famagosta ai genovesi, che parteggiavano per lei.

Immerso in un’atmosfera di congiure e tradimenti, Giacomo cominciò a temere anche una possibile defezione dei mamelucchi rimasti sull’isola e, secondo le cronache, qualche anno dopo li fece trucidare tutti.
La sua instabile posizione di re illegittimo lo persuase a cercare una moglie che gli garantisse un’alleanza con uno stato potente. Dopo varie vicissitudini, la scelta cadde sulla giovanissima Caterina Corner.

It is said the ambassador selected her for her beauty – she was apparently also a natural blonde -, but her family’s influence likely mattered more. The Cornaro family held estates in Cyprus and was among the most influential in Venice. Through marriage to Caterina and the concessions he promised the Republic, James II ensured the ally he needed.

Per Venezia, invece, si trattava di un’occasione eccezionale per consolidare la sua presenza militare ed economica nel Mediterraneo orientale, dove la crescente minaccia ottomana si faceva più pressante.

Nel 1468, a soli quattordici anni, Caterina andò in sposa al re di Cipro. Per sua fortuna, il matrimonio fu firmato per procura. Pare che il marito non avesse fretta e propendesse per una vita di svaghi e amanti, da cui ebbe anche dei figli. Quando Giacomo II si avvicinò troppo al re di Napoli, il Senato veneziano, temendo possibili cambi di alleanze, gli intimò di rispettare la parola data. Il re cedette e, nel 1472, inviò una nave a Venezia a prendere la giovane sposa.

Partenza per Cipro

The Senate bestowed upon Caterina the title of “adoptive daughter of Venice,” an honorific created specifically for her. The Doge himself accompanied her to San Nicolò di Lido aboard the Bucintoro, the golden State galley. The Republic granted her all the honors befitting a future queen, but with the title of “daughter,” they reminded her where her loyalty should ultimately lie.

Le nozze reali furono celebrate nella cattedrale di Nicosia, in un’atmosfera di festa e tra il tripudio di una folla che accolse con entusiasmo la nuova sovrana. Quell’unione, purtroppo, non era nata sotto una buona stella. Il regno di Giacomo II, su un’isola apparentemente pacificata, fu breve: pochi mesi dopo, il re morì in circostanze mai chiarite, forse d’intossicazione alimentare, lasciando la moglie incinta e unica erede dell’isola.

Non aveva nemmeno diciannove anni, quando Caterina salì al trono come reggente per il nascituro, ma dovette affrontare i tempi turbolenti delle congiure. La situazione precipitò quando le sequestrarono il figlio imponendole di firmare la cessione dell’isola a Carlotta.

La riconquista del regno

A quel punto, le galee veneziane, provvidenzialmente di stanza poco lontano, intervennero; uccisero i congiurati, ristabilirono l’ordine e presero il controllo dell’isola e della sua regina.

In un contesto di intrighi e cospirazioni, le sorti di Caterina erano troppo incerte per lasciarla alla guida del regno tanto strategico per gli interessi della Repubblica. Il Senato la circondò di amministratori e funzionari che la isolarono politicamente e la esautorarono dal suo potere.
Caterina rimase una regina solo di nome.

Poco dopo morì anche il figlioletto, per febbri malariche. Senza più né marito né figlio, stretta tra le tensioni di filo-mamelucchi e filo-genovesi e la sottomissione a Venezia, Caterina continuò a gestire ciò che restava della sua autonomia. La regina non aveva nessuna autorità, ma dimostrava un orgoglio e una tenacia regali.

Ad alimentare le preoccupazioni dei veneziani verso quella figlia caprbia, c’erano delle indiscrezioni, non comprovate da documenti, secondo cui Caterina aveva un amante. All’orizzonte compariva la possibilità di un nuovo matrimonio. Il timore di un marito contrario agli interessi della Repubblica e di nuovi discendenti a cui sarebbe spettato legittimamente il titolo reale, convinse il governo veneziano a liberarsi di una regina scomoda.

The pretext came with yet another conspiracy in 1488, instigated by Cypriot nobles. Once again, the Venetians occupied the island, and this time the Senate, through Caterina’s brother Giorgio, officially requested her abdication. Caterina refused.

Bernardino Contin, Funeral Monument of Caterina Corner, 1580, Church of San SalvadorThe Queen lays the crown of Cyprus in the hands of doge Agostino Barbarigo
Bernardo Contin, monumento funebre di Caterin Corner, 1580, chiesa di San Salvador. Nel rilievo, la regina depone la corona nelle mani del doge Agostino Barbarigo.

Il tempo dell'obbedienza

A niente valevano le pressioni familiari, i richiami ai suoi doveri e l’urgenza della sua sicurezza: la sovrana non voleva cedere. Di fronte a tale ostinazione, la Repubblica passò alle minacce più esplicite: la privazione dei beni e status di ribelle.

Si trattava di un’intimazione definitiva e Caterina non ebbe scelta: una ribelle era alla mercé di qualunque sicario. Insieme al fratello, nel 1489 la sovrana s’imbarcò sulla galea veneziana comandata dal cugino; intrappolata da vincoli familiari e politici dai quali non aveva scampo. Vestita di nero lasciò per sempre Cipro.

At San Nicolò di Lido, the same Bucintoro that had escorted her as a future sovereign awaited her. However, a new Doge now stood on the gilded galley. This was Venice: every glory had its expiration. A Doge died, another was elected; even a queen lasted only as long as the state’s interests allowed.

After a solemn ceremony, Caterina was sent into exile. The government allowed her to retain her titles and the lordship of Asolo, today one of Italy’s most beautiful villages, where her family owned property.
Even on the remote hills, Caterina was able to assert her regal nature.

Un regno delle arti ad Asolo

She won the people’s affection through significant initiatives: reforming the administration of justice, founding a Monte di Pietà, a public pawnshop, and dedicating much of her land to cultivation. During the 1505 famine, she imported grain from Cyprus to feed the population.

Inoltre ampliò il castello, fece costruire un “barco”, una villa, e invitò artisti, poeti e musici. La sua corte divenne un cenacolo dove si esprimevano i migliori talenti di quell’epoca. Il poeta Pietro Bembo le dedicò la sua raccolta di poemi, gli Asolani, e altri scrissero panegirici in suo onore. Lorenzo Lotto dipinse una pala per la chiesa, Giorgione si dilettava di musica e forse dipinse degli affreschi sul barco.

Di un piccolo paese, Caterina seppe fare un regno delle arti.

Allo scoppio della guerra di Cambrai e l’arrivo delle truppe di Massimiliano d’Austria nel Trevigiano, nel 1509 rientrò nella casa di Venezia, dove si spense l’anno seguente.

Due ritratti di Caterina

Tra i ritratti più famosi di questa indomita regina, ne ho scelto due: uno parla della donna, l’altro del mito.

Il primo è di Gentile Bellini, del 1500. Caterina ha quarantasei anni, è un po’ appesantita, indossa abiti intessuti d’oro; lunghe file di perle scendono lungo il collo e decorano l’abito, mentre sul capo brilla una corona. È rappresentata di tre quarti, il volto è severo, le palpebre cadono appena sugli occhi, rendendo il suo sguardo sottile e astuto. Le labbra sono serrate, eppure sembra di intravvedere l’ombra di un sorriso. La immagino mentre posa per il pittore, magari lo incoraggia a non essere pavido e di ritrarre quel viso non più giovane, così com’è, con tutto il peso della sua storia. E di non aver paura ad esagerare con l’oro. La bellezza svanisce, gli onori restano. Ed è così che sarà ricordata come regina.

Quite different is the portrait Titian painted thirty years after her death. Caterina appears as a beautiful, sensual woman dressed in Oriental style. Her image merges with that of Saint Catherine of Alexandria, suggested by the wheel, perhaps an allusion to the queen’s Christian virtues. Yet, this image is too sensual for a saint—even too much for a queen. Here, Caterina has already become part of the Venetian myth.
Se la ruota qui sottintende la sua fede cristiana, l’occhio moderno percepisce anche un’allusione a un personale martirio: meno crudele di quello della principessa alessandrina, ma con lo stesso scopo di piegare una donna che aveva osato sfidare l’autorità della Repubblica.

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