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Michael Armitage: The Promise of Change a Palazzo Grassi (ma il paradiso è altrove)

A Palazzo Grassi c’è una mostra su Michael Armitage, nato a Nairobi da madre keniota e padre inglese, cresciuto in Africa e, dall’adolescenza, a Londra, dove si è formato alla Royal Academy. Le sue opere raccontano il Kenia contemporaneo.

Vado alla mostra come se avessi una promessa in tasca, ma è una promessa che le prime sale mantengono e tradiscono allo stesso tempo. Le tele sono grandi, i colori caldi e ammalianti; la narrazione spesso crudele.

Nella stanza sul Canal Grande, la più luminosa, tra le due finestre mi fermo davanti a un’opera più piccola delle altre: un movimento circolare e ipnotico di cerchi concentrici solleva una madre e un bambino in una spirale celeste. Potrebbe essere un’Assunzione laica se non fosse per la presenza di una figura lontana nello sfondo, come un santo che ha perso l’equilibrio e viene trascinato via dal vento.

In quella madre dalle gambe svettanti nel blu del cielo c’è qualcosa che riconosco. Forse perché proprio davanti a queste finestre, a Ca’ Rezzonico, ci sono gli angeli di Tiepolo, felice pittore di gambe nude e sgambettanti. O forse perché alzando gli occhi al soffitto dorato, una trionfante Giustizia è adagiata su nuvole vaporose, mosse da una brezza che richiama il vortice di sotto. Torno alla donna col bambino davanti a me. Non ha proprio niente della leggerezza di una Madonna in cielo e, anzi, a ben guardare sembra che faccia fatica a salire. Da questo punto, non voglio più farmi domande. Il colore dominante delle altre tele è l’azzurro: mari schiumosi e selvaggi, corpi che galleggiano sopra. Non posso più fare finta di non capire. Un barcone stipato di persone. Un uomo stende un braccio per tenere sollevato il figlio in un paesaggio ormai sottomarino.

Leggo la didascalia, l’unico modo per andare oltre la pittura. La sala sul Canal Grande è dedicata a Lampedusa, o meglio, a quelli che Lampedusa non sono riusciti a raggiungerla. Non ci sono Madonne in questo tratto di mare.

Non devo farmi ingannare dai colori morbidi di Armitage: il verde che evoca l’Africa lussureggiante; i rossi, i gialli, gli arancioni delle folle, i corpi fatti di pennellate trasparenti che si fondono con la stessa natura. Armitage seduce così: getta un’esca attraente per poi scaraventarti dentro la tragedia. E lo fa coerentemente fin dalla prima sala, dove una donna sul ring con i guanti da boxer sembra tormentata da figure oniriche e mostruose alle sue spalle. È il ritratto di Conjestina Achieng, famosa campionessa di pugilato, la prima donna africana a conquistare un titolo mondiale. La stampa l’ha distrutta per i suoi problemi di salute mentale.

E poi c’è l’uomo con la bocca disegnata di rosso come un clown, gli occhi socchiusi e folli e un pneumatico al collo. Mi guardo intorno e vedo che non sono la sola a fissarlo. È un’opera che non si riesce a lasciare indietro. Cerco la didascalia. E questa racconta l’orrore di un linciaggio a cui l’artista ha assistito da bambino nel Sud Africa dell’apartheid. Alla vittima hanno gettato addosso un pneumatico cosparso di benzina per poi appiccargli fuoco. Ecco cosa sono quei bagliori rossastri. imbevuta di quella radicata

Conosco l’Africa solo dai romanzi e dall’arte e sono imbevuta di quella radicata fascinazione europea per l’esotismo. Armitage lo sa e me lo ritorce contro. Lo fa usando una tecnica pittorica familiare e seducente, citando senza riserve Gauguin, Manet, Goya o Picasso. Come nel gruppo di maschi nudi su uno sfondo di toni bruni, dove dei tocchi dorati sui genitali attirano inevitabilmente lo sguardo. Sono ragazzi che si prostituiscono per i turisti di Mombasa. Un controcanto alle Bagnanti di Picasso.

E poi la folla disordinata e scomposta durante le elezioni del 2017. Più che festosa sembra una folla in delirio, che scambia le promesse per verità. Perché ci si illude sempre?

In qualche modo m’illudo anch’io. Mi lascio imbrogliare dalla pittura sapiente di Armitage, trasportare dalla sua folla impazzita, dai colori mai squillanti, dalle scene corali. Ma a ogni didascalia l’entusiasmo si raffredda.

Ogni scena rimanda a linciaggi, povertà, prostituzione, violenza, droga, morte. Ad un certo punto, perdo la fiducia. Potrei anche fermarmi alla tela e non cercare altre informazioni. Potrei restare sulla soglia. Invece leggo avanti.

Mi avvicino poi alla tela: ci sono dei buchi che smangiano le pennellate e escrescenze lunghe come cicatrici che le danno un aspetto organico, tattile. Non è tela di lino ma Lubugo, un tessuto della tradizione ugandese, ancora oggi legato in alcune culture a cerimonie funebri. Lo si ottiene dalla corteccia scorticata dell’albero di fico, che viene poi ammorbidita, battuta, lavorata. Il tessuto rimane imperfetto, il pennello deve scendere a compromessi con i suoi solchi e i suoi sfregi. Armitage ne aveva trovato dei pezzi a un banchetto per souvenir qualche anno fa. Quel materiale è diventato per lui il corpo dove scrivere la storia del Kenia contemporaneo, un paese che il colonialismo britannico ha lasciato con ferite che ancora spurgano.

Davanti a queste opere, sembra che Armitage, nato nel 1984, con la sua identità africana ed europea, porti queste pulsioni dentro di sé.

Ripenso alla boxer di prima. Forse mi stava invitando a salire con lei sul ring ma di fare attenzione: i colpi arrivano inaspettati sotto la cintola.

Solo verso la fine della mostra ho tirato il fiato. Paesaggi fatti di tante pennellate sottili che donano una profondità quasi tridimensionale. Ma le implacabili didascalie raccontano di terre fragili, contese dagli uomini, minacciate dalle guerre o dall’inquinamento.

L’ultima opera mostra un uomo che dorme. Il viso si sdoppia come una maschera e fluttua nello spazio. S’intitola You, who are alive (voi che siete vivi) e mi sembra che dica: io ho fatto il mio. Adesso spetta a voi.

Almeno, questo è quello che ho capito io.

Corpi senza difese: Jenny Saville a Ca' Pesaro

Se c'è una cosa che mi ha colto impreparata in questa mostra sono state le dimensioni. Nella vasta sala di Ca' Pesaro mi sono sentita fuori scala davanti a quelle tele di tre–quattro metri, dove lo sguardo doveva arrampicarsi sui corpi nudi che le riempiono, debordanti e imperfetti.

Una donna affonda le dita nella carne frollata delle cosce sproporzionate e potenti; una ha un seno morbido e cadente e uno piccolo e sodo; il braccio è gonfio e malato. Che si tratti di corpi diversi, assemblati come fosse un collage, non lo rende meno inquietante.

Nelle altre opere i corpi si moltiplicano, s’intrecciano, si fondono tra di loro: dove va una gamba, dove cade il braccio.

Tre corpi obesi, ammucchiati uno sopra l’altro, legati da un cordino, sembrano esibiti su un banco. La pennellata è densa, pastosa, fa tremare le carni polpose.

Quei corpi grassi, vulnerabili nella loro sovrabbondanza lontana da ogni norma estetica, vengono esposti senza difese.

Nelle sale dei ritratti, è sempre lo stesso volto che ci guarda: grandi occhi da manga, labbra morbide: ma quel viso così bello viene brutalizzato dalla pittura. I rossi e i blu mettono in vista labbra tumefatte, lividi sugli zigomi, ecchimosi sulla pelle. Gli occhi arrossati dalle lacrime sono sempre un po’ sgranati e incerti, come se non capissero la violenza che li ha colpiti.

Il colore ora è carico, dato con una spatola, ora è raschiato o filamentoso. Tutto quello che è nascosto sotto lo strato levigato della pelle sembra premere per venire fuori: carne, sangue, fasce, fibre, nervi. La superficie della tela palpita.

Quel viso tanto bello e disarmato sembra essere stato preso a pugni.

Eppure, nonostante l’emozione possa travolgerti, ci si accorge che Saville sta dentro il processo della pittura. Non solo come studio dei suoi mezzi – il colore, le colature, i graffi, i segni – ma ritraendo se stessa. Saville è allo stesso tempo modella, artefice, spettatore.

Non è l’indagine del proprio io che le interessa, dice l’artista, quanto usare il proprio viso, il corpo, fotografato e ingrandito, come uno strumento per sondare qualcosa di più profondo. “La bellezza mi fa paura”, confessa, paura che la sua opera possa “non essere seria” o “sentimentale”.

Il dialogo con i grandi maestri del passato è esplicito, consapevole: Cy Twombly, Lucien Freud, Kokoschka. Io, se ne devo scegliere uno, scelgo Kokoschka, per la palette colorata e nervosa.

Nella sala delle Pietà i corpi sono abbandonati nell’ultimo abbraccio. Il colore si riduce, tranne che per una grande Madonna su fondo oro, un omaggio alla pittura bizantina e veneziana

Venezia – città in cui torna spesso – è presente nella sua opera anche attraverso i maestri veneziani che l’artista guarda, studia, elabora.

Le ultime due opere sono un tributo a Tiziano. L’amore tra Venere e Adone le dà l’occasione per tornare ai corpi avvinghiati; nello sfondo, questa volta, aggiunge le montagne del Cadore. Della Danae, invece, la Ninfa posseduta da Giove sotto forma di pioggia dorata, rimane poco di quella idealizzata bellezza. Una donna paffuta che si avvicina alla mezza età, dai capelli rossi guarda lo spettatore, forse stanca, forse indifferente alla propria esposizione.

Biennale 2026

La Biennale tra censura e propaganda, avanti con l’arte analgesica!

 

In Arsenale, al primo piano delle Sale d'Armi, quest'anno il padiglione della Repubblica del Sud Africa rimarrà vuoto. Al contrario, quello della Federazione Russa, chiuso dal 2022, potrebbe essere riaperto – anche se le ultime notizie sembrano smentire questa possibilità. La commissaria del padiglione, Anastasia Karneeva, attraverso la sua società Smart Art ha infatti inviato richiesta formale di partecipazione e la Biennale ha accettato il progetto.

Apriti cielo! Ventidue Paesi europei protestano veementemente contro la presenza russa e la Commissione europea minaccia la Biennale di tagliare i fondi. Questo accade pochi giorni dopo le Paralimpiadi, che vedono degli atleti russi non solo partecipare alle gare ma anche vincere degli ori e salire sul podio al suono dell'inno nazionale.

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Giovanni Bellini, Presentazione di Gesù al Tempio, 1460-64, Pinacoteca Querini Stampalia, Venezia

Rossi veneziani

Giovanni Bellini, Presentazione di Gesù al Tempio, 1460-64, Pinacoteca Querini Stampalia, Venezia
Giovanni Bellini, Presentazione di Gesù al Tempio, 1460-64, Pinacoteca Querini Stampalia

 

Non è solo cremisi, purpureo o scarlatto. Il rosso veneziano è di più: è indefinibile. Sfumature sovrapposte, lacche trasparenti, sensualità calde, avvolgenti, evocano i bagliori mutevoli della fiamma di una candela ...

Se nei temi sacri del Rinascimento veneziano il rosso richiama il sangue del sacrificio, il martirio e l’amore divino, momenti cari alla tradizione cristiana, nei ritratti e nei temi profani il rosso si libera dai simboli religiosi e diventa sinonimo di eleganza, sensualità, passione.

Il rosso è un colore drammatico che attrae lo sguardo degli altri e si impone al centro dell’attenzione. Quando lo si indossa, è come trovarsi su un palcoscenico: il rosso bisogna saperlo portare.

Forse per questo motivo, da sempre è anche colore regale, e nella Venezia rinascimentale il porpora degli imperatori bizantini era ancora memoria viva.

Il rosso nella sua espressione più nobile era visibile dappertutto: negli antichi mosaici di San Marco, nelle pale d’altare medievali o nelle tonache dei senatori. Riservato a contesti solenni e a uomini di prestigio, nel Cinquecento si afferma anche per ritratti privati o allegorici.

Per il ritratto di Laura, Giorgione applica velature sottili che vanno dal rosso al bruno della pelliccia, e modellano la figura con una luce morbida e naturale. Il seno scoperto, il bordo della pelliccia che sfiora il capezzolo creano una forte carica di sensualità.

Giorgione, "Laura", 1506, Kunsthistorisches Museum, Vienna

Come in altre enigmatiche opere dell’artista, l’identità della figura rimane insoluta: forse Flora, forse una cortigiana, una ninfa o, come potrebbe alludere la presenza dell’alloro, la Laura amata da Petrarca. Più probabilmente, è un ritratto augurale commissionato per un matrimonio.

Il prezioso pigmento si otteneva principalmente dal cinabro, un minerale raro che contiene solfuro di mercurio. Per il suo costo proibitivo, dal XIII secolo, attraverso un processo chimico a base di una miscela di mercurio e zolfo, già conosciuto in Cina e nel mondo islamico, si produceva un pigmento simile: il vermiglione. Era più facile da reperire e aveva una qualità più uniforme rispetto al pigmento naturale. Grazie alla loro intensità e al potere coprente, sia il cinabro che il vermiglione venivano utilizzati per la resa di panneggi e tessuti.

A questi venivano spesso sovrapposte lacche rosse e trasparenti di origine organica, come la lacca di radice di robbia che dava tonalità rosso-aranciate e rosa. Fino all’inizio del Cinquecento si utilizzava anche il Kermes, un rosso ottenuto da un insetto, parente della coccinella, e già conosciuto in epoca preistorica. Verso il 1520, dal Messico arriva sui mercati europei la cocciniglia, un altro insetto della stessa famiglia, da cui si ricavava una lacca di un colore più brillante. Per la sua trasparenza e intensità, diventa subito molto popolare tra gli artisti veneziani e italiani in generale, che la utilizzano al posto del Kermes per velature più luminose.

Titian, Flora, 1515, Gallerie degli Uffizi, Florence

In Flora, Tiziano raggiunge un eccezionale virtuosismo nell’uso del rosso. Nonostante il colore sia meno esuberante rispetto ad altri ritratti, qui l'opera è permeata da delicate tonalità rosa-rosse e aranciate: dai capelli ramati della giovane, all’incarnato acceso del viso, ai riflessi luminosi sul mantello di velluto che l’avvolge morbidamente. La lucentezza lunare della camicia esalta le carni rosate e il disegno del velluto. Similmente a Laura di Giorgione, la giovane è una probabile allegoria; per le rose che tiene in mano qualcuno vede in lei Venere, dea dell’amore, ma è con Flora che viene generalmente identificata.

In netto contrasto con la sensualità di Flora, troviamo il ritratto di Isabella di Portogallo, che Tiziano realizzò più di trent’anni anni dopo. Si trattava di un ritratto postumo dell’amatissima moglie di Carlo V, scomparsa a 35 anni, forse di consunzione, dopo aver partorito il settimo figlio.

Titian, Isabella of Portugal, 1548, Museo Nacional del Prado, Madrid

La richiesta di Carlo V non era tanto ricordare il viso della moglie così com'era, quanto il suo ruolo di imperatrice dell’immenso impero asburgico accanto a lui. Tiziano comprese il desiderio del committente. L’oro, i gioielli, l’acconciatura, i colpi di luce sul velluto degli abiti e della tenda concorrono ad esprimere la quintessenza della regalità e della virtù cristiana.

Il libro di preghiera è aperto, lo sguardo è sollevato verso un punto lontano: Isabella non sembra più di questo mondo. Distante come un’icona, sembra piuttosto appartenere a quel cielo azzurro sopra il paesaggio dolomitico che si apre dietro a lei - un vezzo di Tiziano quello di citare in molte sue opere la terra dov’era nato.

Nel corpetto prevale un rosso scuro, probabilmente eseguito con cinabro e velature di lacca di cocciniglia, per intensificare i toni e conferire profondità.

Ma il rosso non era più esclusivo di regine e imperatrici, dee dell’amore o cortigiane: anche le nobildonne prediligevano ora questo colore dai molti rimandi e sempre ad effetto.

Paris Bordone, Portrait, 1550, Galleria Palatina, Florence

Nel ritratto femminile di Paris Bordone, allievo e collaboratore di Tiziano, il rosso dell’abito dona energia e imponenza alla protagonista, ad oggi non identificata. Nell’Ottocento la critica la credette una balia dei Medici, ma il tessuto prezioso, la collana di perle e l’atteggiamento indicano un rango sociale elevato. I riflessi cangianti sul velluto sono ottenuti attraverso pennellate più chiare che simulano il gioco della luce sulla stoffa.

Una luce più calda e morbida le illumina il viso, dove l’espressione lascia intuire un carattere risoluto, così come la sua posa, con le braccia libere invece di essere tradizionalmente conserte in grembo.

A metà del secolo, Veronese irrompe nella scuola veneziana con maggiore libertà rispetto alle tonalità calde che avevano dominato sulle pale d’altare medievali e e fino alla grande stagione del Rinascimento di Bellini, Giorgione, Sebastiano del Piombo e Tiziano per citarne solo alcuni.

Paolo Veronese, Portrait, 1555, Musee de la Chartreuse, Douai, France

Nel ritratto di questa dama - siamo ormai nel 1565 - se il rosso del velluto è ancora saturo, denso, con alcuni punti più brillanti, le velature fredde della camicia creano un effetto più etereo e un complesso gioco cromatico. Anche la pelle, pur mantenendo ancora le sfumature di rosa secondo il canone della bellezza rinascimentale, rivela delle ombre fredde, ottenute mescolando tonalità chiare con una punta di azzurro e grigio.

Le tecniche di sperimentazione del colore, di stratificazioni e sovrapposizioni di cinabro, vermiglione e lacche rosse, avrebbero raggiunto il loro apice nel Seicento nei Paesi Bassi, ad opera di artisti come Van Dyck e Rembrandt, grazie anche all’arrivo di un nuovo rosso, il carminio di cocciniglia, dagli effetti ancora più brillanti.

Venezia aveva anticipato un tendenza che avrebbe attraversato i secoli, confermando il suo ruolo centrale nella storia dell’arte. Il rosso, con le sue infinite sfumature e la sua forza simbolica, rimane uno dei segni più suggestivi di questa straordinaria stagione artistica, capace di raggiungere effetti di regalità e sensualità che continuano a sedurre gli amanti dell’arte.

Portrait by Titian embodying classical Renaissance beauty

Salamandre 3: La poesia della passione di Gaspara Stampa

 

Portrait by Titian embodying classical Renaissance beauty
La Bella, Portrait by Titian, 1530s, Portland Art Museum. Model unknown.

Immaginiamo una giovane donna bella e sicura di sé: qualcuno direbbe spregiudicata.

Dev’essere incantevole quando canta o suona la viola da gamba, spesso insieme alla sorella Cassandra, nella casa materna di San Trovaso, vivace ritrovo di musicisti e letterati. Molti le offrono i loro versi, qualcuno anche il matrimonio. Ma Gaspara ama la sua libertà, quella amorosa e quella intellettuale, e si diletta a comporre sonetti che recita nei salotti della raffinata società veneziana.

Nata a Padova intorno al 1523, Stampa si trasferisce a Venezia con la madre e i fratelli dopo la morte del padre. Ben inserita nei colti circoli veneziani, è ammirata per il suo talento poetico e musicale. Sia la madre che il fratello le permettono di esprimere liberamente la propria vivacità artistica, e in questo, la sua condizione è diversa da quella delle sue coetanee.

Gaspara si lascia più volte travolgere dall’amore. A casa del nobile Domenico Venier, incontra Collaltino di Collalto, aristocratico trevigiano, che al mestiere delle armi unisce anche la pratica della poesia. Se ne innamora dal primo istante, tanto che affida ai suoi versi il turbamento di quell’incontro fatale: “Che meraviglia fu, s’al primo assalto, giovane e sola, io restai presa al varco,” scrive in uno dei sonetti a lui dedicati.

È un amore coinvolgente, sostenuto anche dalla comune passione per la poesia. Collaltino, però, pur affascinato da Gaspara, non ricambia del tutto i suoi sentimenti; occupato con la tenuta di Treviso e i rapporti con Enrico II di Francia, per il quale presta anche i suoi servizi di uomo d’armi, si assenta spesso da Venezia.

Lei si consuma nel tormento, e la consapevolezza di essere amata da altri uomini non la consola. “Egli mi fugge, i’seguo lui; altri per me si strugge”; in tre frasi lapidarie, Stampa esprime il paradosso di amori che si inseguono senza mai incontrarsi, in un vortice di desideri e delusioni che risulta ancora più amaro.

Con lo stesso disincanto, si rende conto che l’affetto di Collaltino è debole: “Io son de l’aspettar sì stanca (…) ed ei si vive lieto nei suoi colli”. Quando Collaltino, dopo tre anni di relazione precaria, la lascia definitivamente, Gaspara è travolta dalla disperazione: “Da indi in qua per me si trema e suda, si piagne, si dispera e si disia.”

Amare di nuovo

Eppure, inaspettatamente, dopo qualche tempo, Gaspara si innamora di nuovo: “un foco uguale al primo io sento”, scrive in uno dei quattordici sonetti dedicati a Bartolomeo Zen, suo ultimo e più stabile, più gratificante amore.

Presa da un rinnovato entusiasmo, la poeta confessa, in uno dei suoi sonetti più celebri, che l’amore è per lei una condizione di vita: un fuoco che la nutre e la rigenera come quello della salamandra, con cui si identifica:

Amor m’ha fatto tal ch’io vivo in foco,

qual nova salamandra al mondo, e quale

l’altro di lei non men stranio animale,

che vive e spira nel medesmo loco.
Le mie delizie son tutte e ‘l mio gioco,

viver ardendo e non sentire il male,

e non curar ch’ei che m’induce a tale

abbia di me pietà molto né poco.
A pena era anche estinto il primo ardore,

che accese l’altro Amore, a quel ch’io sento

fin qui per prova, più vivo e maggiore.
Ed io d’arder amando non mi pento,
pur che chi m’ha di novo tolto il core
resti de l’arder mio pago e contento.

Gaspara Stampa muore di febbre a soli trentun anni, nel 1554. Nello stesso anno, la sorella Cassandra cura la pubblicazione delle Rime, oltre trecento sonetti petrarcheschi in cui la poeta ha riversato i suoi sentimenti con grande immediatezza.

Gaspara Stampa

Solo con la riedizione del 1738 curata da un discendente di Collaltino, le Rime vengono riscoperte e riconosciute come un capolavoro della poesia femminile rinascimentale.
Nonostante molta critica dell’Otto e Novecento abbia trovato sconvolgente la schiettezza di Gaspara e abbia ritenuto che il suo stile così audace potesse provenire solo da una cortigiana, oggi, restituita a Stampa la sua dignità di donna colta e libera, si riconosce la felicità intellettuale con cui la sua scrittura celebra sentimenti come la passione e il desiderio, rendendoli legittimi anche per una donna e contribuendo a ridefinire il ruolo femminile nella letteratura rinascimentale.

Venice Biennale 2024

Perchè visitare la Biennale

Venice Biennale 2024
Anna Maria Maiolino, Entrevidas, 1981/2000.
Maiolino, together with Nil Yalter, have been awarded the Golden Lion for lifetime achievement to the Art Biennale 2024.

 

The Venice Biennale is more than just an exhibition – it’s an immersive art experience. Held every two years, this event transforms Venice into a dynamic canvas of creativity.

The Venues: Giardini and Arsenale The Biennale is hosted in two historic locations – the Giardini and the Arsenale. The Giardini is a picturesque park dotted with distinctive pavilions, each representing different countries. These pavilions, transformed and renewed over the years, reflect the changing artistic visions and politics of their respective nations.

Each national pavilion showcases artists selected through diverse methods, either by cultural ministries or expert committees. The main show, organized by the Biennale Foundation, is housed in the central pavilion, curated by renowned figures like Adriano Pedrosa this year.

Strolling through the Biennale, you encounter an astonishing variety of art – from installations and classical pieces to art-videos and live performances. Each pavilion is a gateway to a unique artistic realm.

The Arsenale, the former shipyard of the Venice Republic, consists of a series of sheds of the 16th century. The longest of them, the Corderie (rope-factory) is now a space where artworks are displayed without interruption or organized in mini pavilions.

Other sheds, once used as docks for shipbuilding, are now transformed into pavilions assigned to different countries for their national exhibits.

As you walk through the venue, you are immersed in an environment that resonates with centuries of maritime history.

Visiting Tips To fully embrace the Biennale spirit, consider spreading your visit over two days. Start with the Giardini, allowing time to relax at the cafeterias or on a bench under the trees. Dedicate another day to the Arsenale for a complete experience.

Beyond the Traditional Venues With increasing participation, the Biennale spills over into Venice’s churches, palaces, and other spaces, turning the city into a vibrant open-air gallery that offers a contemporary snapshot of global art.

A visit to the Biennale is an exploration of the ever-evolving landscape of art in today’s world.
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